Ernest Hemingway, una volta, ha detto che bisogna scrivere da ubriachi e editare da sobri.
Non è proprio così che funziona, ma la frase mi fornisce l’assist per introdurre l’argomento: la prima stesura di ogni romanzo è per forza impulsiva e caotica.
È con il secondo passaggio, cioè l’editing dopo la fase di scrittura, che si vanno a risolvere i problemi. Cercare di sistemare tutto prima, entrare in quel loop in cui si scrivono due frasi e poi si riscrivono altre dieci volte, paralizza il processo creativo e rischia di farlo naufragare. Ed è, dunque, qualcosa da evitare.
Facile a dirsi, meno a farsi.
Ogni autore conosce la voce insidiosa che, mentre sei lì che scrivi, sussurra: “Questa frase è brutta”, “Questo dialogo non funziona”, “Il secondo capitolo non si lega bene al primo, dovresti riscriverli entrambi”.
L’impulso di tornare indietro e correggere è irresistibile, ma cedere a questa tentazione prima di aver completato la prima stesura può trasformarsi nella trappola più pericolosa per la creazione di un’opera.
La scrittura di un romanzo è un processo disordinato. La prima stesura non è destinata a essere perfetta, è destinata solo a esistere. Quando s’interrompe il flusso narrativo per mettersi a lucidare ogni singola frase, è come cercare di costruire una casa partendo dalle tende per le finestre e dai quadri da appendere alle pareti invece che dalle fondamenta. La probabilità di entrare in un loop di revisione delle poche pagine prodotte è altissima, e il rischio concreto è di ritrovarsi con dei primi capitoli riscritti infinite volte e un romanzo che non vedrà mai la parola “fine”.
Iniziare prematuramente a fare editing sulle pagine che si scrivono è qualcosa che ci dà l’impressione di un maggiore controllo. A mettere in moto il tutto è spesso l’esigenza di mettere ordine nel caos, di controllare un processo che per sua natura può essere controllato ben poco, proprio perché è un processo creativo e non ingegneristico.
Non solo: iniziare a editare prima di aver finito di scrivere crea l’illusione del progresso, senza portarti realmente più vicino al completamento dell’opera. Il risultato è che si passano settimane o mesi a perfezionare le prime cinquanta pagine, ci si convince di essere produttivi, ma in realtà si sta solo girando in tondo.
In pratica, ci si sta autosabotando senza accorgersene.
Oltretutto, iniziare a editare prima di aver terminato di scrivere ha alte probabilità di essere un lavoro inutile.
Senza la visione d’insieme che si possiede quando la storia è tutta scritta, non si dispone delle conoscenze necessarie per iniziare l’editing. Ad esempio, non si conosce con precisione il peso emotivo degli eventi, i temi che emergeranno in maniera naturale, l’evoluzione dei personaggi.
Solo quando si arriva alla fine si scopre di cosa parla davvero un romanzo. I temi che si credevano centrali potrebbero rivelarsi non così importanti, mentre elementi apparentemente marginali potrebbero assumere un’importanza molto più elevata. Editare senza questo insieme di consapevolezze ha altissime probabilità di essere fatica sprecata.
Scrivere VS editare
La scrittura e l’editing richiedono due “stati” mentali diversi.
Scrivere è un atto di creazione che richiede libertà e spontaneità.
Editare è un processo analitico che richiede distanza e oggettività.
Quando si entra nello stato in cui queste due modalità si alternano, nessuna delle due funziona bene.
Il tuo editor interno è spietato. Ti sussurra che non sei abbastanza bravo, che le tue scene non reggono. E forse ha anche ragione, ma non è questo il momento di ascoltarlo.
Durante la prima stesura hai bisogno di slancio. Se i dubbi e i ripensamenti s’insinuano in ogni capitolo, paragrafo e frase, l’insicurezza cresce e diventa sempre più difficile andare avanti.
Il flusso interrotto
Ogni sessione di scrittura si costruisce su quella precedente. Quando ti siedi per continuare a scrivere qualcosa, può andare bene rileggere le ultime pagine per calarti di nuovo nel mood dell’opera o di una particolare scena. A patto, però, che tornando indietro non ti metti a sistemare, rivedere, cambiare frasi. In questo modo perdi il flusso emotivo della storia, dimentichi le connessioni sottili che stavi tessendo, le promesse narrative che avevi fatto al lettore, il ritmo che stavi costruendo. Rientrare nella storia diventa ogni volta più dura, fino a quando l’intero progetto non inizia a sembrarti estraneo. E a quel punto, ti convinci che non ne vale la pena.
Quindi come si fa a non cedere alla tentazione di iniziare a editare un romanzo prima di averlo finito di scrivere?
Intanto, è necessario accettare che la prima stesura sarà, per forza di cose, imperfetta (sempre Hemingway, diceva “ogni prima stesura è m*rda”).
Ma i dettagli si rifiniscono, le scene si rivedono alla luce della consapevolezza che deriva dall’aver terminato una storia, i buchi di trama si risolvono (a meno di problemi strutturali che impattano sull’intero assetto dell’opera, ma in quel caso, anche l’editing prematuro non può nulla).
La fase di analisi, insomma, verrà successivamente alla conclusione. La prima stesura serve a catturare l’essenza della storia, il battito del suo cuore.
Paradossalmente, permetterti di scrivere male, accettando che nella vita di chi scrive ci sono anche (tante) pagine brutte, ti libera.
Quando non sei ossessionato dalla perfezione di ogni singola parola, la tua voce autentica ha spazio per emergere. Le idee fluiscono più liberamente, i personaggi respirano con più naturalezza, la storia trova la sua forma.
La capacità di fidarsi del processo creativo e di rimandare il momento dell’analisi (oltre al non affezionarsi troppo alle proprie parole), ti renderà un autore o un’autrice migliore, permettendoti di arrivare alla fine della prima bozza. Imperfetta, certo… ma almeno, completa.
Ti serve una mano con l’editing del tuo romanzo? Parliamone.

