Quello che segue è un estratto di un lavoro fatto per un committente, che ne ha autorizzato la condivisione. Il nome originale è stato modificato, a tutela della privacy.
Quando hanno inventato la frase “il ragazzo è intelligente, ma non si applica”, forse pensavano a me. Da bambino mi dicevano che avevo sempre la testa fra le nuvole, e da un certo punto di vista, capivo perché lo pensavano: ero eternamente impegnato a pensare ad altro, alla mia mente piaceva vagare libera, perdersi in mille immaginazioni. Va da sé che all’inizio, come ogni cosa che rompe le righe, questo ha messo in difficoltà adulti, insegnanti, e soprattutto… me!
Forse non sorprende che, fin dalla tenera età, io mi sia appassionato alla lettura. In qualche modo dovevo aver capito che era un modo favoloso di far volare i pensieri, e così sfogliavo qualunque libro e rivista che trovavo in casa, anche quelli troppo difficili per un bambino piccolo. Mi piacevano soprattutto i giornali, in particolare Il Messaggero, il quotidiano più importante di Roma. Mio padre lo acquistava ogni giorno, e nel pomeriggio, dopo che lui aveva finito di leggerlo, amavo squadernarlo sul pavimento e sdraiarmi sulle sue pagine. Erano calde e profumate d’inchiostro, una piccola zattera di parole con cui solcavo un mare immaginario. Con il dito percorrevo le righe stampate in colonna, divertendomi a compitare le lettere che si susseguivano, scoprendo poco per volta sensi e significati. Quel mio gioco ebbe due effetti collaterali: il primo (per lo sgomento dei miei genitori), quello di rendermi un bimbo con le dita perennemente annerite dall’inchiostro; il secondo, rendermi capace di leggere a quattro anni. Una capacità che, scoprii non troppo tempo dopo, avrebbe impresso una direzione inaspettata al mio percorso scolastico.
Casa mia era di fronte all’asilo, e ogni giorno, affacciato alla finestra, osservavo i bambini giocare nel piccolo giardino della struttura. Li guardavo rincorrersi tra loro, andare sull’altalena, passarsi la palla: mi sembravano così felici che non vedevo l’ora di andarci anch’io, all’asilo! Quando finalmente i miei genitori mi iscrissero, non stavo più nella pelle: non vedevo l’ora di dedicarmi a quei giochi spensierati che fino ad allora avevo solo sognato davanti alla finestra. Che delusione terribile che ebbi, quando invece, il primo giorno, finii dentro a una stanza, seduto immobile dietro a un banco! Quel mattino pioveva e le suore ci fecero stare al coperto, io e gli altri bambini restammo per tutto il tempo chiusi tra quattro pareti a fare poco e niente. Quando i miei genitori, all’ora di pranzo, vennero a prendermi, mi trovarono furibondo.
“Quelle dannate suore mi hanno fatto annoiare per novanta ore!” mi sfogai con mia madre, che cercò di placare quel mio colorito sdegno. In realtà di ore ne erano passate al massimo quattro, ma sparai un numero altissimo per trasmettere l’idea della noia immane che mi era toccato sopportare!
Non fu l’ultima volta che mi lamentai dell’asilo. Anzi, dopo quella prima delusione, le mie rimostranze andarono in crescendo. Come un imprinting, quel primo, deludente episodio si rifletté sulle giornate successive che passai tra le suore: anziché divertirmi, mi stufavo. Non passò molto tempo prima che i miei genitori si rendessero conto del motivo del mio disagio: le attività dell’asilo non facevano per me, nulla riusciva a coinvolgermi come avrebbe dovuto. Allora, visto che sapevo già leggere, decisero di accelerare un po’ i tempi e mi mandarono direttamente in primina.
“Perderai un anno di spensieratezza” mi disse mia madre, “ma lo recupererai quando andrai in pensione!”
Mi ritrovai seduto in classe, con le penne e il quaderno su cui appuntare le lezioni. Era tutto diverso dall’asilo, le insegnanti esigevano attenzione e ogni cosa era più rigorosa, inquadrata. La mia mente, invece, chiedeva libertà e fantasia, e, pur assorbendo nozioni come una spugna, sopportava male le costrizioni. Forse, tutto sommato, sarebbe stato meglio fare ancora un po’ di gavetta all’asilo!
Per fortuna apprendevo in fretta, mi bastava ascoltare le spiegazioni, e ogni volta che l’insegnante faceva una domanda, la mia mano non mancava mai di alzarsi per rispondere. Allo stesso tempo, però, sembravo disattento. Visto che le nozioni mi entravano in testa senza sforzo, le lezioni mi apparivano lunghe e ripetitive, così, una volta che avevo afferrato il succo, tornavo a rilassarmi tra i miei pensieri. La lezione proseguiva, ma io con la mente mi allontanavo, lasciando lì il mio corpo a fare presenza.
Per un po’, grazie a quella mia rapidità di apprendimento, riuscii a “campare di rendita”, ma arrivò il giorno in cui questo modo di fare, come il cuoco un po’ stizzoso di un ristorante, mi presentò il conto. La maestra ci assegnò un compito per casa: dovevamo ricopiare una poesia sul quaderno, dimostrando di saper scrivere senza errori d’ortografia, con una bella calligrafia e precisione. Mi era chiarissimo ciò che dovevo fare, ma dimenticai di segnarmi a quale pagina del libro si trovava la poesia, e quando, a casa, mi apprestai a svolgere l’esercizio, mi resi conto che non avevo idea di cosa dovevo trascrivere!
Scoprire quale poesia era stata indicata dalla maestra per me non sarebbe stato difficile: mia madre era insegnante, se le avessi confessato quella dimenticanza, avrebbe contattato la collega e chiesto delucidazioni. Invece, non le dissi nulla. Ero colpevole, dovevo cavarmela da solo, dimostrare che in classe stavo attento e che mi impegnavo!
Non avevo scelta: mi serviva un testo da copiare. Feci, allora, l’unica cosa che mi sembrò più adatta per rimediare all’errore: mi inventai quel testo, di sana pianta.
Di fronte al quaderno aperto, nella mia testa presero vita le vicende di un asinello, che scrissi in versi. Otto righe in rima baciata su quell’animaletto che mi ero immaginato, in bella calligrafia, come aveva chiesto la maestra. Sperai che fosse sufficiente a riparare al danno, e il giorno dopo mi presentai a scuola con l’esercizio svolto in quel modo.
L’insegnante passò tra i banchi per controllare i compiti, ma quando arrivò il mio turno, la vidi corrugare la fronte.
“E questa poesia dove l’hai presa?”
Provai a tergiversare, prima risposi che non me lo ricordavo, poi che l’avevo trovata in un libro che avevo a casa. Ma a ogni mio tentativo, anziché cavarmi d’impaccio, ottenevo solo di aggiungere altre pieghe alla fronte della maestra.
“Insegno da trent’anni. Com’è possibile che non abbia mai visto questa poesia su nessun libro?”
Per forza non l’aveva mai vista: non la conosceva lei, come non la conosceva nessun altro nell’universo-mondo!
La maestra uscì dalla stanza, portandosi dietro il mio quaderno. Raggiunse mia madre, che stava facendo lezione nella classe di fianco.
“Maria, senti” sentii che le chiedeva, “ma dov’è che Giacomo ha trovato questa poesia? Forse l’ha letta su una rivista?”
Immaginai mia madre leggere il componimento, corrugare la fronte a sua volta. Poi, scuotere la testa. “Non l’ho mai vista neanche io”, l’ascoltai rispondere. “E no, non l’ha copiata da una delle riviste che ho a casa.”
Io, seduto al mio banco, friggevo. Il mio tentativo stava per fallire, sarei stato smascherato. Quando vidi la maestra e mia madre entrare in classe insieme, il mio cuore fece una capovolta all’indietro. Mi maledissi per aver cercato di rimediare al mio errore in quel modo, e ancora di più, per quella mia testa che mi portava lontano quando invece avrebbe dovuto restarmi attaccata al collo.
Mi fu fatto un interrogatorio da film poliziesco, al termine del quale fui costretto ad ammettere la verità. Mi ero scordato di appuntarmi la pagina del libro con la poesia da copiare, credevo che il mio asinello avrebbe potuto sistemare le cose, e invece…
Chinai il capo, pentito. Ma, con mia sorpresa, mia madre e la maestra non si arrabbiarono. Si scambiarono un’occhiata e decisero di leggere di nuovo la poesia, stavolta a voce alta, davanti a tutta la classe. Fu a quel punto, quando ascoltai le mie parole con la voce e l’intonazione della maestra, che mi resi davvero conto di ciò che avevo fatto.
La mia poesia fu apprezzata da tutta la classe, ma fu mia madre quella a cui piacque di più. La cosa mi rese felice al punto che quasi mi dimenticai di mantenere l’espressione pentita (che, date le circostanze, era doveroso mantenere!). Ricevetti i complimenti di tutti, solo l’insegnante, per rispetto del suo ruolo, alla fine mi ricordò: “Giacomo, la prossima volta segnato i compiti, però!”
Annuii, promettendo che la prossima volta non mi sarei distratto. L’attenzione: il mio tallone d’Achille, il mio fianco scoperto. Ero consapevole che fosse un problema, il fatto di non essere attento. Ma a volte, mi consolai, non era un male: perché vagando tra le mie fantasticherie, capitava che la mia mente inventasse cose nuove.
Come la storia di un asinello che aveva fatto sorridere tutti, e che, senza la mia distrazione, non sarebbe mai esistito.
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